Banco de Questões

A ferramenta completa para a sua preparação em concursos

Questões de Língua Portuguesa

Mais de 100 mil questões encontradas

  1. Questão 921

    ID 3394324

    Disciplina: Língua Portuguesa

    Assunto: Pragmática

    Ano: 2024 Banca: INSTITUTO ACESSO Órgão: Câmara Municipal de Manaus


    A competência do tradutor tem relação com os conhecimentos e capacidades que possui e que lhe permitem criar atos comunicativos que não são apenas gramaticais, mas socialmente apropriados.

    Identifique o tipo de competência cujo trecho acima faz referência.

    Alternativas da questão 3394324
  2. Questão 922

    ID 3394288

    Disciplina: Língua Portuguesa

    Assunto: Reorganização e Reescrita de Orações e Períodos

    Ano: 2024 Banca: Instituto Consulplan Órgão: Secretaria de Estado da Educação do Paraná


    Leggi la novela “Libertà” di Giovanni Verga sotto riportata e rispondi alle domande da 18 a 32.

    LIBERTÀ di Giovanni Verga

    La novella uscì originariamente su “La Domenica letteraria” nel 1882, poi nel 1883 fu raccolta nelle “Novelle Rusticane”. E’ ispirata ad un fatto storico, relativo all’approssimarsi, nel 1860, delle truppe garibaldine, quando i contadini di un piccolo paese, Bronte, alle falde dell’Etna, interpretando, a loro modo, il proclama di Marsala che incitava alla lotta antiborbonica, si convinsero che si stesse costituendo un nuovo ordine sociale. Sognarono di poter essere finalmente liberati dalla miseria, si ribellarono massacrando i possidenti e i borghesi. Per bloccare l’espandersi della rivolta in direzione non in sintonia con il progetto garibaldino, fu inviato nel paese Nino Bixio, luogotenente del generale, per soffocare la rivolta, fece subito fucilare, come esempio, alcuni ribelli. Gli altri furono rinviati al processo e subirono pesanti condanne, con cui pagarono il prezzo del sogno della libertà.

    Sciorinarono dal campanile un fazzoletto a tre colori, suonarono le campane a stormo, e cominciarono a gridare in piazza: – Viva la libertà! – Come il mare in tempesta. La folla spumeggiava e ondeggiava davanti al casino dei galantuomini, davanti al Municipio, sugli scalini della chiesa: un mare di berrette bianche; le scuri e le falci che luccicavano. Poi irruppe in una stradicciuola.

    – A te prima, barone! che hai fatto nerbare la gente dai tuoi campieri! – Innanzi a tutti gli altri una strega, coi vecchi capelli irti sul capo, armata soltanto delle unghie. – A te, prete del diavolo! che ci hai succhiato l'anima!

    – A te, ricco epulone, che non puoi scappare nemmeno, tanto sei grasso del sangue del povero! – A te, sbirro! che hai fatto la giustizia solo per chi non aveva niente! – A te, guardaboschi! che hai venduto la tua carne e la carne del prossimo per due tarì al giorno! –

    E il sangue che fumava ed ubbriacava. Le falci, le mani, i cenci, i sassi, tutto rosso di sangue! – Ai galantuomini! Ai cappelli! Ammazza! ammazza! Addosso ai cappelli!

    Don Antonio sgattaiolava a casa per le scorciatoie. Il primo colpo lo fece cascare colla faccia insanguinata contro il marciapiede. – Perché? perché mi ammazzate? – Anche tu! al diavolo! – Un monello sciancato raccattò il cappello bisunto e ci sputò dentro. – Abbasso i cappelli! Viva la libertà! – Te'! tu pure! – Al reverendo che predicava l'inferno per chi rubava il pane. Egli tornava dal dir messa, coll'ostia consacrata nel pancione. – Non mi ammazzate, ché sono in peccato mortale! – La gnà Lucia, il peccato mortale; la gnà Lucia che il padre gli aveva venduta a 14 anni, l'inverno della fame, e riempiva la Ruota e le strade di monelli affamati. Se quella carne di cane fosse valsa a qualche cosa, ora avrebbero potuto satollarsi, mentre la sbrandellavano sugli usci delle case e sui ciottoli della strada a colpi di scure. Anche il lupo allorché capita affamato in una mandra, non pensa a riempirsi il ventre, e sgozza dalla rabbia. – Il figliuolo della Signora, che era accorso per vedere cosa fosse – lo speziale, nel mentre chiudeva in fretta e in furia – don Paolo, il quale tornava dalla vigna a cavallo del somarello, colle bisacce magre in groppa. Pure teneva in capo un berrettino vecchio che la sua ragazza gli aveva ricamato tempo fa, quando il male non aveva ancora colpito la vigna. Sua moglie lo vide cadere dinanzi al portone, mentre aspettava coi cinque figliuoli la scarsa minestra che era nelle bisacce del marito. – Paolo! Paolo! – Il primo lo colse nella spalla con un colpo di scure. Un altro gli fu addosso colla falce, e lo sventrò mentre si attaccava col braccio sanguinante al martello.

    Ma il peggio avvenne appena cadde il figliolo del notaio, un ragazzo di undici anni, biondo come l'oro, non si sa come, travolto nella folla. Suo padre si era rialzato due o tre volte prima di strascinarsi a finire nel mondezzaio, gridandogli: – Neddu! Neddu! – Neddu fuggiva, dal terrore, cogli occhi e la bocca spalancati senza poter gridare. Lo rovesciarono; si rizzò anch'esso su di un ginocchio come suo padre; il torrente gli passò di sopra; uno gli aveva messo lo scarpone sulla guancia e glie l'aveva sfracellata; nonostante il ragazzo chiedeva ancora grazia colle mani. – Non voleva morire, no, come aveva visto ammazzare suo padre; – strappava il cuore! – Il taglialegna, dalla pietà, gli menò un gran colpo di scure colle due mani, quasi avesse dovuto abbattere un rovere di cinquant'anni – e tremava come una foglia. – Un altro gridò: – Bah! egli sarebbe stato notaio, anche lui!

    Non importa! Ora che si avevano le mani rosse di quel sangue, bisognava versare tutto il resto. Tutti! tutti i cappelli! – Non era più la fame, le bastonate, le soperchierie che facevano ribollire la collera. Era il sangue innocente. Le donne più feroci ancora, agitando le braccia scarne, strillando l'ira in falsetto, colle carni tenere sotto i brindelli delle vesti. – Tu che venivi a pregare il buon Dio colla veste di seta! – Tu che avevi a schifo d'inginocchiarti accanto alla povera gente! – Te'! Te'! – Nelle case, su per le scale, dentro le alcove, lacerando la seta e la tela fine. Quanti orecchini su delle facce insanguinate! e quanti anelli d'oro nelle mani che cercavano di parare i colpi di scure!

    La baronessa aveva fatto barricare il portone: travi, carri di campagna, botti piene, dietro; e i campieri che sparavano dalle finestre per vender cara la pelle. La folla chinava il capo alle schiopettate, perché non aveva armi da rispondere. Prima c'era la pena di morte a chi tenesse armi da fuoco. – Viva la libertà! – E sfondarono il portone. Poi nella corte, sulla gradinata, scavalcando i feriti. Lasciarono stare i campieri. – I campieri dopo! – I campieri dopo! – Prima volevano le carni della baronessa, le carni fatte di pernici e di vin buono. Ella correva di stanza in stanza col lattante al seno, scarmigliata – e le stanze erano molte. Si udiva la folla urlare per quegli andirivieni, avvicinandosi come la piena di un fiume. Il figlio maggiore, di 16 anni, ancora colle carni bianche anch'esso, puntellava l'uscio colle sue mani tremanti, gridando: – Mamà! mamà! – Al primo urto gli rovesciarono l'uscio addosso. Egli si afferrava alle gambe che lo calpestavano. Non gridava più. Sua madre s'era rifugiata nel balcone, tenendo avvinghiato il bambino, chiudendogli la bocca colla mano perché non gridasse, pazza. L'altro figliolo voleva difenderla col suo corpo, stralunato, quasi avesse avuto cento mani, afferrando pel taglio tutte quelle scuri. Li separarono in un lampo. Uno abbrancò lei pei capelli, un altro per i fianchi, un altro per le vesti, sollevandola al di sopra della ringhiera. Il carbonaio le strappò dalle braccia il bambino lattante. L'altro fratello non vide niente; non vedeva altro che nero e rosso. Lo calpestavano, gli macinavano le ossa a colpi di tacchi ferrati; egli aveva addentato una mano che lo stringeva alla gola e non la lasciava più. Le scuri non potevano colpire nel mucchio e luccicavano in aria. E in quel carnevale furibondo del mese di luglio, in mezzo agli urli briachi della folla digiuna, continuava a suonare a stormo la campana di Dio, fino a sera, senza mezzogiorno, senza avemaria, come in paese di turchi.

    Cominciavano a sbandarsi, stanchi della carneficina, mogi, mogi, ciascuno fuggendo il compagno. Prima di notte tutti gli usci erano chiusi, paurosi, e in ogni casa vegliava il lume. Per le stradicciuole non si udivano altro che i cani, frugando per i canti, con un rosicchiare secco di ossa, nel chiaro di luna che lavava ogni cosa, e mostrava spalancati i portoni e le finestre delle case deserte.

    Aggiornava; una domenica senza gente in piazza né messa che suonasse. Il sagrestano s'era rintanato; di preti non se ne trovavano più. I primi che cominciarono a far capannello sul sagrato si guardavano in faccia sospettosi; ciascuno ripensando a quel che doveva avere sulla coscienza il vicino. Poi, quando furono in molti, si diedero a mormorare. – Senza messa non potevano starci, un giorno di domenica, come i cani! – Il casino dei galantuomini era sbarrato, e non si sapeva dove andare a prendere gli ordini dei padroni per la settimana. Dal campanile penzolava sempre il fazzoletto tricolore, floscio, nella caldura gialla di luglio. E come l'ombra s'impiccioliva lentamente sul sagrato, la folla si ammassava tutta in un canto. Fra due casucce della piazza, in fondo ad una stradicciola che scendeva a precipizio, si vedevano i campi giallastri nella pianura, i boschi cupi sui fianchi dell'Etna. Ora dovevano spartirsi quei boschi e quei campi. Ciascuno fra sé calcolava colle dita quello che gli sarebbe toccato di sua parte, e guardava in cagnesco il vicino. – quella dei galantuomini! – Il taglialegna brandiva in aria la mano quasi ci avesse ancora la scure.

    – Libertà voleva dire che doveva essercene per tutti! – Quel Nino Bestia, e quel Ramurazzo, avrebbero preteso di continuare le prepotenze dei cappelli! – Se non c'era più il perito per misurare la terra, e il notaio per metterla sulla carta, ognuno avrebbe fatto a riffa e a raffa! – E se tu ti mangi la tua parte all'osteria, dopo bisogna tornare a spartire da capo? – Ladro tu e ladro io –. Ora che c'era la libertà, chi voleva mangiare per due avrebbe avuto la sua festa come quella dei galantuomini! – Il taglialegna brandiva in aria la mano quasi ci avesse ancora la scure.

    Il giorno dopo si udì che veniva a far giustizia il generale, quello che faceva tremare la gente. Si vedevano le camicie rosse dei suoi soldati salire lentamente per il burrone, verso il paesetto; sarebbe bastato rotolare dall'alto delle pietre per schiacciarli tutti. Ma nessuno si mosse. Le donne strillavano e si strappavano i capelli. Ormai gli uomini, neri e colle barbe lunghe, stavano sul monte, colle mani fra le cosce, a vedere arrivare quei giovanetti stanchi, curvi sotto il fucile arrugginito, e quel generale piccino sopra il suo gran cavallo nero, innanzi a tutti, solo.

    Il generale fece portare della paglia nella chiesa, e mise a dormire i suoi ragazzi come un padre. La mattina, prima dell'alba, se non si levavano al suono della tromba, egli entrava nella chiesa a cavallo, sacramentando come un turco. Questo era l'uomo. E subito ordinò che glie ne fucilassero cinque o sei, Pippo, il nano, Pizzanello, i primi che capitarono. Il taglialegna, mentre lo facevano inginocchiare addosso al muro del cimitero, piangeva come un ragazzo, per certe parole che gli aveva dette sua madre, e pel grido che essa aveva cacciato quando glie lo strapparono dalle braccia. Da lontano, nelle viuzze più remote del paesetto, dietro gli usci, si udivano quelle schioppettate in fila come i mortaletti della festa.

    Dopo arrivarono i giudici per davvero, dei galantuomini cogli occhiali, arrampicati sulle mule, disfatti dal viaggio, che si lagnavano ancora dello strapazzo mentre interrogavano gli accusati nel refettorio del convento, seduti di fianco sulla scranna, e dicendo – ahi! – ogni volta che mutavano lato. Un processo lungo che non finiva più. I colpevoli li condussero in città, a piedi, incatenati a coppia, fra due file di soldati col moschetto pronto. Le loro donne li seguivano correndo per le lunghe strade di campagna, in mezzo ai solchi, in mezzo ai fichidindia, in mezzo alle vigne, in mezzo alle biade color d'oro, trafelate, zoppicando, chiamandoli a nome ogni volta che la strada faceva gomito, e si potevano vedere in faccia i prigionieri. Alla città li chiusero nel gran carcere alto e vasto come un convento, tutto bucherellato da finestre colle inferriate; e se le donne volevano vedere i loro uomini, soltanto il lunedì, in presenza dei guardiani, dietro il cancello di ferro. E i poveretti divenivano sempre più gialli in quell'ombra perenne, senza scorgere mai il sole. Ogni lunedì erano più taciturni, rispondevano appena, si lagnavano meno. Gli altri giorni, se le donne ronzavano per la piazza attorno alla prigione, le sentinelle minacciavano col fucile. Poi non sapere che fare, dove trovare lavoro nella città, né come buscarsi il pane. Il letto nello stallazzo costava due soldi; il pane bianco si mangiava in un boccone e non riempiva lo stomaco; se si accoccolavano a passare una notte sull'uscio di una chiesa, le guardie le arrestavano. A poco a poco rimpatriarono, prima le mogli, poi le mamme. Un bel pezzo di giovinetta si perdette nella città e non se ne seppe più nulla. Tutti gli altri in paese erano tornati a fare quello che facevano prima. I galantuomini non potevano lavorare le loro terre colle proprie mani, e la povera gente non poteva vivere senza i galantuomini. Fecero la pace. L'orfano dello speziale rubò la moglie a Neli Pirru, e gli parve una bella cosa, per vendicarsi di lui che gli aveva ammazzato il padre. Alla donna che aveva di tanto in tanto certe ubbie, e temeva che suo marito le tagliasse la faccia, all'uscire dal carcere, egli ripeteva: – Sta tranquilla che non ne esce più –. Ormai nessuno ci pensava; solamente qualche madre, qualche vecchiarello, se gli correvano gli occhi verso la pianura, dove era la città, o la domenica, al vedere gli altri che parlavano tranquillamente dei loro affari coi galantuomini, dinanzi al casino di conversazione, col berretto in mano, e si persuadevano che all'aria ci vanno i cenci.

    Il processo durò tre anni, nientemeno! tre anni di prigione e senza vedere il sole. Sicché quegli accusati parevano tanti morti della sepoltura, ogni volta che li conducevano ammanettati al tribunale. Tutti quelli che potevano erano accorsi dal villaggio: testimoni, parenti, curiosi, come a una festa, per vedere i compaesani, dopo tanto tempo, stipati nella capponaia – ché capponi davvero si diventava là dentro! e Neli Pirru doveva vedersi sul mostaccio quello dello speziale, che s'era imparentato a tradimento con lui! Li facevano alzare in piedi ad uno ad uno. – Voi come vi chiamate? – E ciascuno si sentiva dire la sua, nome e cognome e quel che aveva fatto. Gli avvocati armeggiavano, fra le chiacchiere, coi larghi maniconi pendenti, e si scalmanavano, facevano la schiuma alla bocca, asciugandosela subito col fazzoletto bianco, tirandoci su una presa di tabacco. I giudici sonnecchiavano, dietro le lenti dei loro occhiali, che agghiacciavano il cuore. Di faccia erano seduti in fila dodici galantuomini, stanchi, annoiati, che sbadigliavano, si grattavano la barba, o ciangottavano fra di loro. Certo si dicevano che l'avevano scappata bella a non essere stati dei galantuomini di quel paesetto lassù, quando avevano fatto la libertà. E quei poveretti cercavano di leggere nelle loro facce. Poi se ne andarono a confabulare fra di loro, e gli imputati aspettavano pallidi, e cogli occhi fissi su quell'uscio chiuso. Come rientrarono, il loro capo, quello che parlava colla mano sulla pancia, era quasi pallido al pari degli accusati, e disse: – Sul mio onore e sulla mia coscienza!

    Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: – Dove mi conducete? – In galera? – O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c'era la libertà!...



    Rileggi il brano di seguito “La gnà Lucia, il peccato mortale; la gnà Lucia che il padre gli aveva venduta a 14 anni, l'inverno della fame, e riempiva la Ruota e le strade di monelli affamati”.

    Il testo può essere riscritto, in un italiano più moderno, facilitandone la comprensione. Segna, tra le alternative proposte, l'unica in cui il testo mantiene coesione e coerenza, oltre a tutte le informazioni dell'originale, in maniera corretta.

    Alternativas da questão 3394288
  3. Questão 923

    ID 3394249

    Disciplina: Língua Portuguesa

    Assunto: Polissemia

    Ano: 2024 Banca: Instituto Consulplan Órgão: Secretaria de Estado da Educação do Paraná


    Il termine polisemia indica, in linguistica “la coesistenza, in uno stesso segno (parola o, anche, sintagma, espressione fraseologica), di significati diversi: può sorgere come effetto di estensione semantica del vocabolo [...] o come effetto di obliterazione della diversità di etimo tra due parole semanticamente diverse, ma fonologicamente identiche [...]”.

    (Tratto da: https://www.treccani.it/vocabolario/polisemia/.)

    Indica, tra le alternative sotto, quale contiene un termine polisemico che NON è stato utilizzato adeguatamente nel rispettivo contesto.

    Alternativas da questão 3394249
  4. Questão 924

    ID 3394242

    Disciplina: Língua Portuguesa

    Assuntos: Sentido Conotativo, Figurado ou Metafórico

    Ano: 2024 Banca: Instituto Consulplan Órgão: Secretaria de Estado da Educação do Paraná


    Leggi la novela “Libertà” di Giovanni Verga sotto riportata e rispondi alle domande da 18 a 32.

    LIBERTÀ di Giovanni Verga

    La novella uscì originariamente su “La Domenica letteraria” nel 1882, poi nel 1883 fu raccolta nelle “Novelle Rusticane”. E’ ispirata ad un fatto storico, relativo all’approssimarsi, nel 1860, delle truppe garibaldine, quando i contadini di un piccolo paese, Bronte, alle falde dell’Etna, interpretando, a loro modo, il proclama di Marsala che incitava alla lotta antiborbonica, si convinsero che si stesse costituendo un nuovo ordine sociale. Sognarono di poter essere finalmente liberati dalla miseria, si ribellarono massacrando i possidenti e i borghesi. Per bloccare l’espandersi della rivolta in direzione non in sintonia con il progetto garibaldino, fu inviato nel paese Nino Bixio, luogotenente del generale, per soffocare la rivolta, fece subito fucilare, come esempio, alcuni ribelli. Gli altri furono rinviati al processo e subirono pesanti condanne, con cui pagarono il prezzo del sogno della libertà.

    Sciorinarono dal campanile un fazzoletto a tre colori, suonarono le campane a stormo, e cominciarono a gridare in piazza: – Viva la libertà! – Come il mare in tempesta. La folla spumeggiava e ondeggiava davanti al casino dei galantuomini, davanti al Municipio, sugli scalini della chiesa: un mare di berrette bianche; le scuri e le falci che luccicavano. Poi irruppe in una stradicciuola.

    – A te prima, barone! che hai fatto nerbare la gente dai tuoi campieri! – Innanzi a tutti gli altri una strega, coi vecchi capelli irti sul capo, armata soltanto delle unghie. – A te, prete del diavolo! che ci hai succhiato l'anima!

    – A te, ricco epulone, che non puoi scappare nemmeno, tanto sei grasso del sangue del povero! – A te, sbirro! che hai fatto la giustizia solo per chi non aveva niente! – A te, guardaboschi! che hai venduto la tua carne e la carne del prossimo per due tarì al giorno! –

    E il sangue che fumava ed ubbriacava. Le falci, le mani, i cenci, i sassi, tutto rosso di sangue! – Ai galantuomini! Ai cappelli! Ammazza! ammazza! Addosso ai cappelli!

    Don Antonio sgattaiolava a casa per le scorciatoie. Il primo colpo lo fece cascare colla faccia insanguinata contro il marciapiede. – Perché? perché mi ammazzate? – Anche tu! al diavolo! – Un monello sciancato raccattò il cappello bisunto e ci sputò dentro. – Abbasso i cappelli! Viva la libertà! – Te'! tu pure! – Al reverendo che predicava l'inferno per chi rubava il pane. Egli tornava dal dir messa, coll'ostia consacrata nel pancione. – Non mi ammazzate, ché sono in peccato mortale! – La gnà Lucia, il peccato mortale; la gnà Lucia che il padre gli aveva venduta a 14 anni, l'inverno della fame, e riempiva la Ruota e le strade di monelli affamati. Se quella carne di cane fosse valsa a qualche cosa, ora avrebbero potuto satollarsi, mentre la sbrandellavano sugli usci delle case e sui ciottoli della strada a colpi di scure. Anche il lupo allorché capita affamato in una mandra, non pensa a riempirsi il ventre, e sgozza dalla rabbia. – Il figliuolo della Signora, che era accorso per vedere cosa fosse – lo speziale, nel mentre chiudeva in fretta e in furia – don Paolo, il quale tornava dalla vigna a cavallo del somarello, colle bisacce magre in groppa. Pure teneva in capo un berrettino vecchio che la sua ragazza gli aveva ricamato tempo fa, quando il male non aveva ancora colpito la vigna. Sua moglie lo vide cadere dinanzi al portone, mentre aspettava coi cinque figliuoli la scarsa minestra che era nelle bisacce del marito. – Paolo! Paolo! – Il primo lo colse nella spalla con un colpo di scure. Un altro gli fu addosso colla falce, e lo sventrò mentre si attaccava col braccio sanguinante al martello.

    Ma il peggio avvenne appena cadde il figliolo del notaio, un ragazzo di undici anni, biondo come l'oro, non si sa come, travolto nella folla. Suo padre si era rialzato due o tre volte prima di strascinarsi a finire nel mondezzaio, gridandogli: – Neddu! Neddu! – Neddu fuggiva, dal terrore, cogli occhi e la bocca spalancati senza poter gridare. Lo rovesciarono; si rizzò anch'esso su di un ginocchio come suo padre; il torrente gli passò di sopra; uno gli aveva messo lo scarpone sulla guancia e glie l'aveva sfracellata; nonostante il ragazzo chiedeva ancora grazia colle mani. – Non voleva morire, no, come aveva visto ammazzare suo padre; – strappava il cuore! – Il taglialegna, dalla pietà, gli menò un gran colpo di scure colle due mani, quasi avesse dovuto abbattere un rovere di cinquant'anni – e tremava come una foglia. – Un altro gridò: – Bah! egli sarebbe stato notaio, anche lui!

    Non importa! Ora che si avevano le mani rosse di quel sangue, bisognava versare tutto il resto. Tutti! tutti i cappelli! – Non era più la fame, le bastonate, le soperchierie che facevano ribollire la collera. Era il sangue innocente. Le donne più feroci ancora, agitando le braccia scarne, strillando l'ira in falsetto, colle carni tenere sotto i brindelli delle vesti. – Tu che venivi a pregare il buon Dio colla veste di seta! – Tu che avevi a schifo d'inginocchiarti accanto alla povera gente! – Te'! Te'! – Nelle case, su per le scale, dentro le alcove, lacerando la seta e la tela fine. Quanti orecchini su delle facce insanguinate! e quanti anelli d'oro nelle mani che cercavano di parare i colpi di scure!

    La baronessa aveva fatto barricare il portone: travi, carri di campagna, botti piene, dietro; e i campieri che sparavano dalle finestre per vender cara la pelle. La folla chinava il capo alle schiopettate, perché non aveva armi da rispondere. Prima c'era la pena di morte a chi tenesse armi da fuoco. – Viva la libertà! – E sfondarono il portone. Poi nella corte, sulla gradinata, scavalcando i feriti. Lasciarono stare i campieri. – I campieri dopo! – I campieri dopo! – Prima volevano le carni della baronessa, le carni fatte di pernici e di vin buono. Ella correva di stanza in stanza col lattante al seno, scarmigliata – e le stanze erano molte. Si udiva la folla urlare per quegli andirivieni, avvicinandosi come la piena di un fiume. Il figlio maggiore, di 16 anni, ancora colle carni bianche anch'esso, puntellava l'uscio colle sue mani tremanti, gridando: – Mamà! mamà! – Al primo urto gli rovesciarono l'uscio addosso. Egli si afferrava alle gambe che lo calpestavano. Non gridava più. Sua madre s'era rifugiata nel balcone, tenendo avvinghiato il bambino, chiudendogli la bocca colla mano perché non gridasse, pazza. L'altro figliolo voleva difenderla col suo corpo, stralunato, quasi avesse avuto cento mani, afferrando pel taglio tutte quelle scuri. Li separarono in un lampo. Uno abbrancò lei pei capelli, un altro per i fianchi, un altro per le vesti, sollevandola al di sopra della ringhiera. Il carbonaio le strappò dalle braccia il bambino lattante. L'altro fratello non vide niente; non vedeva altro che nero e rosso. Lo calpestavano, gli macinavano le ossa a colpi di tacchi ferrati; egli aveva addentato una mano che lo stringeva alla gola e non la lasciava più. Le scuri non potevano colpire nel mucchio e luccicavano in aria. E in quel carnevale furibondo del mese di luglio, in mezzo agli urli briachi della folla digiuna, continuava a suonare a stormo la campana di Dio, fino a sera, senza mezzogiorno, senza avemaria, come in paese di turchi.

    Cominciavano a sbandarsi, stanchi della carneficina, mogi, mogi, ciascuno fuggendo il compagno. Prima di notte tutti gli usci erano chiusi, paurosi, e in ogni casa vegliava il lume. Per le stradicciuole non si udivano altro che i cani, frugando per i canti, con un rosicchiare secco di ossa, nel chiaro di luna che lavava ogni cosa, e mostrava spalancati i portoni e le finestre delle case deserte.

    Aggiornava; una domenica senza gente in piazza né messa che suonasse. Il sagrestano s'era rintanato; di preti non se ne trovavano più. I primi che cominciarono a far capannello sul sagrato si guardavano in faccia sospettosi; ciascuno ripensando a quel che doveva avere sulla coscienza il vicino. Poi, quando furono in molti, si diedero a mormorare. – Senza messa non potevano starci, un giorno di domenica, come i cani! – Il casino dei galantuomini era sbarrato, e non si sapeva dove andare a prendere gli ordini dei padroni per la settimana. Dal campanile penzolava sempre il fazzoletto tricolore, floscio, nella caldura gialla di luglio. E come l'ombra s'impiccioliva lentamente sul sagrato, la folla si ammassava tutta in un canto. Fra due casucce della piazza, in fondo ad una stradicciola che scendeva a precipizio, si vedevano i campi giallastri nella pianura, i boschi cupi sui fianchi dell'Etna. Ora dovevano spartirsi quei boschi e quei campi. Ciascuno fra sé calcolava colle dita quello che gli sarebbe toccato di sua parte, e guardava in cagnesco il vicino. – quella dei galantuomini! – Il taglialegna brandiva in aria la mano quasi ci avesse ancora la scure.

    – Libertà voleva dire che doveva essercene per tutti! – Quel Nino Bestia, e quel Ramurazzo, avrebbero preteso di continuare le prepotenze dei cappelli! – Se non c'era più il perito per misurare la terra, e il notaio per metterla sulla carta, ognuno avrebbe fatto a riffa e a raffa! – E se tu ti mangi la tua parte all'osteria, dopo bisogna tornare a spartire da capo? – Ladro tu e ladro io –. Ora che c'era la libertà, chi voleva mangiare per due avrebbe avuto la sua festa come quella dei galantuomini! – Il taglialegna brandiva in aria la mano quasi ci avesse ancora la scure.

    Il giorno dopo si udì che veniva a far giustizia il generale, quello che faceva tremare la gente. Si vedevano le camicie rosse dei suoi soldati salire lentamente per il burrone, verso il paesetto; sarebbe bastato rotolare dall'alto delle pietre per schiacciarli tutti. Ma nessuno si mosse. Le donne strillavano e si strappavano i capelli. Ormai gli uomini, neri e colle barbe lunghe, stavano sul monte, colle mani fra le cosce, a vedere arrivare quei giovanetti stanchi, curvi sotto il fucile arrugginito, e quel generale piccino sopra il suo gran cavallo nero, innanzi a tutti, solo.

    Il generale fece portare della paglia nella chiesa, e mise a dormire i suoi ragazzi come un padre. La mattina, prima dell'alba, se non si levavano al suono della tromba, egli entrava nella chiesa a cavallo, sacramentando come un turco. Questo era l'uomo. E subito ordinò che glie ne fucilassero cinque o sei, Pippo, il nano, Pizzanello, i primi che capitarono. Il taglialegna, mentre lo facevano inginocchiare addosso al muro del cimitero, piangeva come un ragazzo, per certe parole che gli aveva dette sua madre, e pel grido che essa aveva cacciato quando glie lo strapparono dalle braccia. Da lontano, nelle viuzze più remote del paesetto, dietro gli usci, si udivano quelle schioppettate in fila come i mortaletti della festa.

    Dopo arrivarono i giudici per davvero, dei galantuomini cogli occhiali, arrampicati sulle mule, disfatti dal viaggio, che si lagnavano ancora dello strapazzo mentre interrogavano gli accusati nel refettorio del convento, seduti di fianco sulla scranna, e dicendo – ahi! – ogni volta che mutavano lato. Un processo lungo che non finiva più. I colpevoli li condussero in città, a piedi, incatenati a coppia, fra due file di soldati col moschetto pronto. Le loro donne li seguivano correndo per le lunghe strade di campagna, in mezzo ai solchi, in mezzo ai fichidindia, in mezzo alle vigne, in mezzo alle biade color d'oro, trafelate, zoppicando, chiamandoli a nome ogni volta che la strada faceva gomito, e si potevano vedere in faccia i prigionieri. Alla città li chiusero nel gran carcere alto e vasto come un convento, tutto bucherellato da finestre colle inferriate; e se le donne volevano vedere i loro uomini, soltanto il lunedì, in presenza dei guardiani, dietro il cancello di ferro. E i poveretti divenivano sempre più gialli in quell'ombra perenne, senza scorgere mai il sole. Ogni lunedì erano più taciturni, rispondevano appena, si lagnavano meno. Gli altri giorni, se le donne ronzavano per la piazza attorno alla prigione, le sentinelle minacciavano col fucile. Poi non sapere che fare, dove trovare lavoro nella città, né come buscarsi il pane. Il letto nello stallazzo costava due soldi; il pane bianco si mangiava in un boccone e non riempiva lo stomaco; se si accoccolavano a passare una notte sull'uscio di una chiesa, le guardie le arrestavano. A poco a poco rimpatriarono, prima le mogli, poi le mamme. Un bel pezzo di giovinetta si perdette nella città e non se ne seppe più nulla. Tutti gli altri in paese erano tornati a fare quello che facevano prima. I galantuomini non potevano lavorare le loro terre colle proprie mani, e la povera gente non poteva vivere senza i galantuomini. Fecero la pace. L'orfano dello speziale rubò la moglie a Neli Pirru, e gli parve una bella cosa, per vendicarsi di lui che gli aveva ammazzato il padre. Alla donna che aveva di tanto in tanto certe ubbie, e temeva che suo marito le tagliasse la faccia, all'uscire dal carcere, egli ripeteva: – Sta tranquilla che non ne esce più –. Ormai nessuno ci pensava; solamente qualche madre, qualche vecchiarello, se gli correvano gli occhi verso la pianura, dove era la città, o la domenica, al vedere gli altri che parlavano tranquillamente dei loro affari coi galantuomini, dinanzi al casino di conversazione, col berretto in mano, e si persuadevano che all'aria ci vanno i cenci.

    Il processo durò tre anni, nientemeno! tre anni di prigione e senza vedere il sole. Sicché quegli accusati parevano tanti morti della sepoltura, ogni volta che li conducevano ammanettati al tribunale. Tutti quelli che potevano erano accorsi dal villaggio: testimoni, parenti, curiosi, come a una festa, per vedere i compaesani, dopo tanto tempo, stipati nella capponaia – ché capponi davvero si diventava là dentro! e Neli Pirru doveva vedersi sul mostaccio quello dello speziale, che s'era imparentato a tradimento con lui! Li facevano alzare in piedi ad uno ad uno. – Voi come vi chiamate? – E ciascuno si sentiva dire la sua, nome e cognome e quel che aveva fatto. Gli avvocati armeggiavano, fra le chiacchiere, coi larghi maniconi pendenti, e si scalmanavano, facevano la schiuma alla bocca, asciugandosela subito col fazzoletto bianco, tirandoci su una presa di tabacco. I giudici sonnecchiavano, dietro le lenti dei loro occhiali, che agghiacciavano il cuore. Di faccia erano seduti in fila dodici galantuomini, stanchi, annoiati, che sbadigliavano, si grattavano la barba, o ciangottavano fra di loro. Certo si dicevano che l'avevano scappata bella a non essere stati dei galantuomini di quel paesetto lassù, quando avevano fatto la libertà. E quei poveretti cercavano di leggere nelle loro facce. Poi se ne andarono a confabulare fra di loro, e gli imputati aspettavano pallidi, e cogli occhi fissi su quell'uscio chiuso. Come rientrarono, il loro capo, quello che parlava colla mano sulla pancia, era quasi pallido al pari degli accusati, e disse: – Sul mio onore e sulla mia coscienza!

    Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: – Dove mi conducete? – In galera? – O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c'era la libertà!...



    Analizza l'enunciato sotto, tratto dalla novella che hai appena letto. “Anche il lupo allorché capita affamato in una mandra, non pensa a riempirsi il ventre, e sgozza dalla rabbia”. Indica quale affermazione, tra le seguenti, è quella corretta.

    Alternativas da questão 3394242
  5. Questão 925

    ID 3394227

    Disciplina: Língua Portuguesa

    Assunto: Dialeto

    Ano: 2024 Banca: Instituto Consulplan Órgão: Secretaria de Estado da Educação do Paraná


    Il testo che trovi sotto è una parte della canzone “Italia SPA”, del gruppo 99 Posse.

    Italia SPA

    (Dello Iacovo, Persico, M. Iovine, Messina, Ricci.)

    Nun è quistione d’Unità

    si nuje l’avevemo fà o si era meglio lascia’ sta

    l’Ottocento fu un secolo di rivolta

    di giustizia popolare sull’uscio della porta

    pronta ad entrare

    in procinto di portare uguaglianza e diritti

    terre e libertà per tutti

    ma l’italia che avete fatto voi

    l’avete fatta nel modo peggiore

    spacciando fratellanza e seminando rancore

    ignorando lo stupore

    sul volto dei contadini fucilati

    dei paesi rasi al suolo delle donne violentate

    ignorando con dolo le aspirazioni di uguaglianza

    giustizia e fratellanza

    per le quali a milioni sono stati ammazzati

    creando senza pentimento un paese a misura d’ingiustizia

    un patto scellerato tra Savoia e latifondisti

    e ancora nun v’abbasta mò facite ‘e leghiste

    e mentre abbascio addu nuje chiudono ‘e ‘spitale

    e i laureati s’abbuscano ‘a jurnata cu ‘na vita interinale

    v’amma sentì ‘e parlà di questione settentrionale?

    […]



    Rileggi i primi due versi della canzone “Italia SPA” sopra. La lingua utilizzata dagli autori è ricca di regionalismi e termini o intere frasi in dialetto napoletano. Quali delle caratteristiche sotto riportate riesci ad identificare nei primi due versi si della canzone “Italia SPA”?

    Alternativas da questão 3394227
  6. Questão 926

    ID 3394183

    Disciplina: Língua Portuguesa

    Assunto: Aquisição de Língua Materna

    Ano: 2026 Banca: IBAM - Instituto Brasileiro de Administração Municipal Órgão: Prefeitura Municipal de Armação de Búzios


    Na literatura sobre aquisição da linguagem, os “sinais caseiros” referem-se a sistemas gestuais criados por crianças surdas para se comunicarem quando não têm acesso a uma língua convencional. É uma informação verdadeira sobre esses sistemas desenvolvidos na ausência de input linguístico convencional:

    Alternativas da questão 3394183
  7. Questão 927

    ID 3394171

    Disciplina: Língua Portuguesa

    Assunto: Linguagem Mista (Verbo-Visual)

    Ano: 2026 Banca: COPEVE/UFAL - FUNDEPES Órgão: Instituto Federal de Educação, Ciência e Tecnologia de Alagoas


    O Visual Vernacular (VV) é um artefato cultural surdo que se caracteriza pela criação de imagens detalhadas por meio do corpo. Nessa técnica, o artista utiliza o espaço de sinalização de forma criativa para narrar fatos ou histórias, numa produção realizada por meio da performance corporal.

    A característica central que define a técnica do Visual Vernacular na literatura surda é a

    Alternativas da questão 3394171
  8. Questão 928

    ID 3394148

    Disciplina: Língua Portuguesa

    Assunto: Dialeto

    Ano: 2025 Banca: FURB - Universidade de Blumenau Órgão: Secretaria da Educação de Santa Catarina


    Sul rapporto tra la lingua italiana e i dialetti, è corretto afferare che:

    Alternativas da questão 3394148
  9. Questão 929

    ID 3394116

    Disciplina: Língua Portuguesa

    Assunto: Linguagem Não Verbal

    Ano: 2025 Banca: Instituto ACCESS - ACCESS Órgão: Prefeitura Municipal de Navegantes


    Existem sistemas de escrita para as línguas de sinais que permitem o registro direto da estrutura visual-espacial, sem depender da tradução para a língua oral. Sobre o sistema SignWriting, assinale a alternativa correta.

    Alternativas da questão 3394116
  10. Questão 930

    ID 3394041

    Disciplina: Língua Portuguesa

    Assunto: Peça Teatral

    Ano: 2025 Banca: Fundação de Apoio à UNESPAR Órgão: Universidade Estadual do Paraná


    De acordo com a Produtora Fluindo Libras a peça de Teatro: “Surdo, logo existo”:

    [...] narra pontos históricos da proibição da língua de sinais pelo Congresso Mundial de Professores de Alunos Surdos, em Milão, em 1880, e a tomada do corpo surdo como anormal e objeto da ciência moderna. O espetáculo é composto por esquetes que apresentam diversas cenas do cotidiano das pessoas surdas, apresentando aspectos do histórico de opressão da comunidade surda e as diferentes camadas de violências em contextos dominados pela estrutura ouvinte, da literatura filosófica à instituição médica e jurídica, apresenta-se a sistemática exclusão de pessoas surdas numa textualidade corporal e visual, A história é apresentada em língua de sinais de forma poética e visual, sem a “necessidade” de intérprete para ouvintes.”5 (Fluindo Libras, 2024, s/p).

    Figura: Atores surdos da peça: Surdo, logo existo.

    Fonte: Fluindo Libras (2024)

    5 Disponível em: https://fluindoLibras.com.br/index.php/surdo-logo-existo/ acesso em 09/01/2025;

    Quanto a notícia é CORRETO afirmar:

    Alternativas da questão 3394041
  11. Questão 931

    ID 3394018

    Disciplina: Língua Portuguesa

    Assunto: Inferência Textual

    Ano: 2025 Banca: FURB - Universidade de Blumenau Órgão: Prefeitura Municipal de Blumenau


    O texto seguinte servirá de base para responder às questões de 24 a 27.

    Als nun das Mädchen zu ihm gebracht wurde, führte er es in eine Kammer, die ganz voll Stroh lag, gab ihr Rad und Haspel und sprach: "Jetzt mache dich an die Arbeit, und wenn du diese Nacht durch bis morgen früh dieses Stroh nicht zu Gold versponnen hast, so musst du sterben." Darauf schloss er die Kammer selbst zu, und sie blieb allein darin. Da saß nun die arme Müllerstochter und wusste um ihr Leben keinen Rat: Sie verstand gar nichts davon, wie man Stroh zu Gold spinnen konnte, und ihre Angst wurde immer größer, dass sie endlich zu weinen anfing.

    Goethe-Institut. Rumpelstilzchen. In: Märchen der Gebrüder Grimm. Märchenland Deutschland. Verfügbar unter: https://www.goethe.de/lrn/prj/mlg/mad/gri/de9114371.htm. Zugriff am: 11. September 2025



    Welche Aussage entspricht dem Text?

    Alternativas da questão 3394018
  12. Questão 932

    ID 3394010

    Disciplina: Língua Portuguesa

    Assunto: Aquisição de Língua Materna

    Ano: 2025 Banca: EDUCA Assessoria Educacional Órgão: Prefeitura Municipal de Umbuzeiro


    Considerando as abordagens teóricas sobre aquisição e aprendizagem de línguas, analise as afirmativas a seguir:

    I. A aquisição da L1 ocorre de maneira espontânea, no contexto de interações sociais, sem necessidade de instrução explícita, como defendido por teóricos como Chomsky e Vygotsky.

    II. A aprendizagem da L2, em contextos formais, geralmente envolve processos conscientes, instrução gramatical explícita e pode ser influenciada por fatores como motivação e idade.

    III. Tanto na aquisição da L1 quanto da L2, não há interferência entre os sistemas linguísticos, já que o cérebro processa cada língua de forma isolada.

    Com base nas afirmativas acima, assinale a alternativa CORRETA:

    Alternativas da questão 3394010
  13. Questão 933

    ID 3393974

    Disciplina: Língua Portuguesa

    Assunto: Cartum

    Ano: 2025 Banca: FURB - Universidade de Blumenau Órgão: Prefeitura Municipal de Blumenau


    O texto seguinte servirá de base para responder às questões de 21 a 23.

    Quelle: https://ruthe.de/cartoon/939/datum/asc/ Zugriff am 10. September 2025.



    Welche sprachliche Besonderheit des Ausdrucks Schluss machen nutzt der Cartoon, um einen komischen Effekt zu erzielen?

    Alternativas da questão 3393974
  14. Questão 934

    ID 3393972

    Disciplina: Língua Portuguesa

    Assunto: Gêneros multissemióticos

    Ano: 2025 Banca: FURB - Universidade de Blumenau Órgão: Secretaria da Educação de Santa Catarina


    O Vernáculo Visual (VV) é uma importante forma de expressão artística da comunidade surda. Sobre suas características e função cultural, assinale a alternativa correta:

    Alternativas da questão 3393972
  15. Questão 935

    ID 3393938

    Disciplina: Língua Portuguesa

    Assunto: Literatura Infantojuvenil

    Ano: 2025 Banca: FUNCERN - Fundação de Apoio à Educação e ao desenvolvimento Tecnológico do RN Órgão: Instituto Federal de Educação, Ciência e Tecnologia de Pernambuco


    A literatura visual surda tem ganhado destaque nos últimos anos com a produção de obras que expressam a experiência linguística e cultural da comunidade surda. A imagem a seguir faz parte de uma obra voltada ao público surdo, especialmente a crianças em processo de letramento bilíngue.

    Fonte: KARNOPP, Lodenir Becker; ROSA, Fabiano. Adão e Eva. Canoas, RS: Editora Ulbra, 2010. Disponível em: http://books.google.com.br . Acesso em: 01 set. 2025.

    Considerando as características da literatura surda representada pela imagem do livro, é correto afirmar que

    Alternativas da questão 3393938
  16. Questão 936

    ID 3393861

    Disciplina: Língua Portuguesa

    Assunto: Reescrita e Reorganização de Textos de Diferentes Gêneros e Níveis de Formalidade

    Ano: 2025 Banca: NUCEPE UESPI - Núcleo de Concursos e Promoção de eventos Órgão: Secretaria de Estado da Educação do Piauí


    Associe corretamente as colunas, relacionando os tipos de tradução às suas definições.

    Tipos de tradução

    (1) Reformulação.

    (2) Tradução propriamente dita.

    (3) Transmutação

    Definições

    ( ) consiste na interpretação dos signos verbais por meio de sistemas de signos não-verbais.

    ( ) consiste na interpretação dos signos verbais por meio de alguns de outra língua.

    ( ) consiste na interpretação dos signos verbais por meio de outros signos da mesma língua.

    A sequência CORRETA dessa associação, de cima para baixo, é

    Alternativas da questão 3393861
  17. Questão 937

    ID 3393805

    Disciplina: Língua Portuguesa

    Assunto: Linguagem Rebuscada

    Ano: 2025 Banca: AMAUC - Associação dos Municípios do Alto Uruguai Catarinense Órgão: Prefeitura Municipal de Alto Bela Vista


    O texto seguinte servirá de base para responder às questões de 12 a 15.

    Forscher finden Wahl-Programme zu kompliziert geschrieben

    Am 23. Februar ist Bundestags-Wahl. In Wahl-Programmen schreiben die Parteien: Das machen wir, wenn wir in die Regierung kommen. Die Wahl-Programme sind schwer zu verstehen. Es gibt darin zu viele Fremd-Wörter und lange Sätze.

    Ein Forscher-Team von der Universität Hohenheim hat die Programme untersucht. Die Forscher sagen: Die Texte in den Programmen sind schwer zu verstehen. Zum Beispiel für Menschen, die sich wenig mit Politik beschäftigen. Oder für Menschen, die nicht so gut deutsch sprechen.

    Die Forscher sagen: Das Wahl-Programm von der Partei AfD ist besonders kompliziert geschrieben. Die Partei FDP hat die meisten Fremd-Wörter benutzt. Die Partei BSW hat besonders lange Sätze geschrieben.

    Das Wahl-Programm von den Parteien CDU und CSU ist am leichtesten zu verstehen.

    https://www.nachrichtenleicht.de/wahl-programme-zu-kompliziert-102.ht ml



    Im Lichte der Untersuchungsergebnisse des Forscher-Teams der Universität Hohenheim, wie lässt sich die Problematik der sprachlichen Ausgestaltung der Programme interpretieren, und welche Personengruppen könnten dadurch besonders benachteiligt werden?

    Alternativas da questão 3393805
  18. Questão 938

    ID 3393731

    Disciplina: Língua Portuguesa

    Assunto: Código

    Ano: 2025 Banca: Instituto Consulplan Órgão: Prefeitura Municipal de Manaus


    Maria é professora/instrutora de Libras e as práticas pedagógicas com seus alunos surdos, em sala de aula, têm como fundamento a aprendizagem de itens lexicais. Ela explora listagens elaboradas a partir de áreas de interesse dos aprendizes e realiza explicação e realização dos sinais, os quais lhes darão acesso a um imenso contingente de palavras. Maria defende a ideia de que, somente a partir do domínio desse extenso vocabulário, outros elementos constitutivos da língua serão acessados. Sua concepção ancora-se na visão de um conjunto de signos que se juntam segundo regras, transmitindo uma mensagem do emissor ao receptor desvinculado das condições de realização, porque a língua é entendida como:

    Alternativas da questão 3393731
  19. Questão 939

    ID 3393717

    Disciplina: Língua Portuguesa

    Assunto: Variação Diatópica (Geográfica)

    Ano: 2025 Banca: QUADRIX - Instituto Quadrix Órgão: Secretaria de Estado de Educação do Distrito Federal


    Internet: <librasgo.blogspot.com>

    A autora Audrei Gesser (2009), em sua obra Libras? Que língua é essa? Crenças e preconceitos em torno da língua de sinais e da realidade surda, discute a natureza linguística das línguas de sinais, em especial da Libras, bem como as crenças e os preconceitos historicamente construídos acerca da surdez e a comunidade surda. Acerca dessas reflexões, julgue os itens a seguir.



    O sinal apresentado na imagem, como ABACAXI, é uniforme em todo o território nacional, pois não apresenta variações regionais ou sociais em seu uso.

    Alternativas da questão 3393717
  20. Questão 940

    ID 3393714

    Disciplina: Língua Portuguesa

    Assunto: Reescrita e Reorganização de Textos de Diferentes Gêneros e Níveis de Formalidade

    Ano: 2025 Banca: QUADRIX - Instituto Quadrix Órgão: Secretaria de Estado de Educação do Distrito Federal


    Braucht man mich als Lehrperson überhaupt noch?

    Der Wert des Sprachenlehrens geht über die reine Vermittlung sprachlicher Kompetenzen hinaus. Meine didaktischen und methodischen Kompetenzen als Lehrperson verlieren mit verstärkter Nutzung und Implementierung (generativer) Künstlicher Intelligenz keinesfalls an Bedeutung, sondern werden im Gegenteil sogar noch wichtiger: Damit die Anwendung verschiedener KI-Tools überhaupt eine Lerngelegenheit darstellt und zum Lernen führt, müssen Kompetenzen, wie Sprachenlernen mit deren Hilfe aussehen kann, vermittelt werden.

    Das bedeutet konkret für das Sprachenlernen und -lehren in DaF/DaZ-Kontexten: (Grundlegendes technisches) Wissen über KI-Tools und ihre Wirkung auf den LehrLernprozess helfen dabei, Möglichkeiten und Grenzen einer Anwendung beim Sprachenlernen zu erkennen.

    Ich als Lehrperson kann also maßgeblich beeinflussen, welche Rolle Kl in meinem Unterrichtsraum einnimmt und wie Lerner:innen auch außerhalb dieses Raumes mit dem Thema umgehen.

    Schreibkompetenz ist eine Kernkompetenz. Schreiben ermöglicht den Lerner:innen nicht nur die Anwendung grammatischer Strukturen und lexikalischer Elemente, sondern erfordert auch eine kreative Ausdrucksfähigkeit sowie Anpassung an die Leser:innenschaft. KI-Tools können hier eine unterstützende und auch ko-aktive (Steinhoff, 2023) Rolle spielen, indem sie beispielsweise automatisierte Korrektur- und Feedbackfunktionen bieten, bestimmte Register zur Verfügung stellen oder auch Texte vervollständigen. Durch die Analyse von Texten können KI-Tools individuelle Probleme identifizieren und Lerner:innen gezielte Hinweise zur Verbesserung ihrer schriftlichen Fähigkeiten geben.

    In einer zunehmend digitalisierten Welt ist die Fähigkeit, Informationen aus unterschiedlichen Quellen zu suchen und Zusammenhänge genauestens zu recherchieren, von entscheidender Bedeutung und zugleich eine der größten Herausforderungen. KI-Tools können den Lerner:innen helfen, effektive Suchstrategien zu entwickeln und relevante Informationen zu extrahieren. Dies ist ebenso besonders relevant im DaF/DaZ-Kontext, wo Lerner:innen währenddessen nicht nur sprachliche Fähigkeiten entwickeln, sondern auch kulturelle und thematische Aspekte der Zielsprache verstehen müssen.

    Internet:<epub.ub.uni-muenchen.de> (mit Anpassungen).

    Bewerten Sie die folgenden Aussagen anhand der allgemeinen Aspekte des Textes.



    ,,Der Wert des Sprachenlehrens geht über die reine Vermittlung sprachlicher Kompetenzen hinaus." könnte korrekt umgeschrieben werden, Der Wert des Sprachenlehrens überschreitet die reine Vermittlung sprachlicher Kompetenzen, ohne die Bedeutung des Textes zu verändern.

    Alternativas da questão 3393714
Pular para o conteúdo principal